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THE
MANNISH BOYS "LOWDOWN FEELIN"
Source: IL BLUES
Date: 09/2008
Writer: Matteo Fratti |
L’incipit quasi filmico del disco in questione ci addentra rapidamente nella rinnovata collaborazione di questa all star band del blues californiano, un manipolo di “eroi” dall’ovest americano a riprendere quanto lasciato al precedente capitolo "Big Plans" ("Il Blues" n. 100) in questo "Lowdown Feelin’": stessa passione per le sonorità chicagoane e cenni di uno standard blues elettrificato, rispettoso della tradizione. Bobby Jones, Finis Tasby e Johnny Dyer alle voci, Randy Chortkoff voce e armonica, Frank “Paris Slim” Goldwasser, Kid Ramos e Kirk “Eli” Fletcher alle chitarre, Ronnie James Weber e Tom Leavy al basso e Richard “Big Foot” Innes alla batteria, non sono altro che tutta una banda ad alternarsi agli strumenti, in una corposa tracks-list di diciassette pezzi, veri e propri tributi al suono della Città Ventosa, citazioni o originali confezionati ad arte nella godibile rilettura di un linguaggio comune. Gli ospiti non mancano, e il lavoro si mostra così come un ricco ensemble, nel quale emergono la voce nera di Bobby Jones e l’armonica di Randy Chortkoff, in un discorso comunque approfonditamente molto più articolato, che passa da "These Kind Of Blues (aperta da atmosfere latineggianti) al classico rimando di "Every Day I’ve The Blues", fino alla "Rude Groove" echeggiante il tema “williamsoniano” di "Help Me", e insieme quelle tracce che colpiscono al tocco chitarristico stile “Eli” Fletcher per la lenta "If The Washing Don’t Get You", o carico di feelin’ per la slide di “Paris Slim” Goldwasser in "The Same Thing", già di Willie Dixon. Quest’ultima, una delle cover significative con la precedente "Need My Baby" di Walter Horton, a risvegliare ance mai sopite stavolta di Lynwood Slim, o l’altra "Chocolate Drop" di Howlin’Wolf, che la modulazione vocale di Jones omaggia personalmente. Degli altri interventi, da segnalare inoltre il richiamo a Elmore James dello shuffle "Fine Lookin’ Woman" con Fred Scribner al bottleneck, ma soprattutto urlato al particolare mood di Little Sammy Davis con armonica, tra le cose migliori in compagnia dell’altra "When I Leave", fresca di umori soul. Un disco che avrebbe anche potuto apprezzabilmente fermarsi qui, ma che dopo altri quattro pezzi chiude su di un’intensa "Death Letter Blues" di Son House, senza l’ulteriore necessità di pareggiare i conti con la tradizione.
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